Dal dott. Giuseppe Scuderi 

In questi giorni, su molti giornali, si comincia a fare la conta dei feriti in termini psicologici dalla pandemia e dai lunghi periodi di isolamento sofferti, e tra i più colpiti, com’era prevedibile, ci sono gli e le adolescenti (qui, per chi fosse interessato ad approfondire, ci sono un paio di esempi https://www.ilsole24ore.com/…/la-quinta-ondata-covid-e…

https://www.ilpost.it/…/salute-mentale-adolescenti…/)

Si tratta di numeri e scenari preoccupanti che, come sappiamo bene noi psicologi e psicoterapeuti, sono destinati purtroppo ad aumentare e peggiorare.

Eppure, sebbene sia innegabile che abbia fatto da grande amplificatore del disagio, credo sia importante rendersi conto, anche in una prospettiva che intenda pianificare interventi di prevenzione e cura, che il Covid – inteso in senso lato, ovviamente – NON ha causato alcun NUOVO malessere adolescenziale: i segni di un crescente disagio negli e nelle adolescenti erano già ben presenti e riconoscibili ben prima della pandemia.

I nativi digitali, infatti, secondo molti studi psicosociali sarebbero i protagonisti inconsapevoli di una vera e propria MUTAZIONE ANTROPOLOGICA che va a impattare su aspetti chiave del benessere psicologico quali sono le competenze relazionali ed emotive: l’aumento di ansia, insicurezza e fragilità emotiva, depressione, disturbi alimentari, ritiro sociale erano già, e sono ancor di più oggi durante la pandemia, tra le ricadute psichiatriche più evidenti.

L’uso sempre più marcato dei new media – su tutti lo smartphone – ha certamente aumentato le CONNESSIONI nella vita degli e delle adolescenti ma – come denuncia la psicologa sociale esperta di new media Sherry Turkle già a metà degli anni ’10 – ne ha impoverito le RELAZIONI e gli effetti positivi che queste possono avere, in termini di complessità e ricchezza emotiva, sulla loro identità. Il filtro del medium digitale protegge da alcuni effetti indesiderati delle relazioni, come per esempio l’imprevedibilità, ma d’altra parte mette in cantina competenze sociali fondamentali per lo sviluppo della personalità e dell’identità, che si consolidano unicamente nelle relazioni dal vivo e nelle conversazioni in tempo reale in tutta la loro imprevedibilità – è da queste competenze che dipende, per esempio, la nostra capacità di riconoscere le emozioni negli altri e dentro di noi.

Le responsabilità del mondo adulto, in questo senso, sono enormi (basti guardare il documentario The Social Dilemma per comprendere meglio questo aspetto): siamo noi adulti che, ignari (?) degli effetti collaterali psicologici e sociali che avrebbero potuto avere, abbiamo messo in mano le nuove tecnologie a generazioni sempre più giovani, per interessi economici a livello macro-sociale e, al livello micro-sociale delle vite quotidiane, (anche) per la nostra comodità.

Oggi, allora, questo disagio è aumentato non solo per le condizioni di isolamento forzato che i ragazzi e le ragazze hanno sofferto durante la pandemia, ma anche perché quell’isolamento – che offrirebbe, in teoria, grandi possibilità creative e di crescita interiore – è stato invaso, riempito dalla tempesta d’informazioni, contatti, stimoli distraenti offerti dal web e dai social.

Che fare, dunque?

Di certo, la psicoterapia è una risposta possibile, in quanto offre ai ragazzi e alle ragazze quello spazio relazionale di cui il mix micidiale USO DELLE TECNOLOGIE-ISOLAMENTO DA PANDEMIA li ha privati: uno spazio di conversazione faccia a faccia, dai ritmi dilatati, in cui poter mettere in gioco le proprie emozioni senza filtro alcuno se non la propria corporeità e poterle fare diventare CONDIVISIONE, DIALOGO – uno spazio che, quando funziona, diventa fucina di senso, di creatività, di cambiamento.

La questione è, però, come si è detto, generazionale, e offrire risposte ai singoli è soluzione necessaria ma non sufficiente nella gestione del problema.

Per questo, con l’equipe del centro PSIché stiamo lavorando in queste settimane per offrire al più presto ai ragazzi e alle ragazze del mantovano anche spazi condivisi di gruppo in possibile collaborazione con scuole, biblioteche, centri di aggregazione del territorio: spazi che mettano al centro l’espressione della loro creatività, delle loro emozioni e dei loro vissuti, dove possano potenziare le loro competenze relazionali.

Siamo profondamente convinti che i ragazzi e le ragazze, oggi più che mai, in questa società a forte RISCHIO OMOLOGAZIONE del pensare e del sentire, abbiano bisogno di sperimentare la POESIA, intesa come “poiesis”, come capacità di creare qualcosa di nuovo, non solo fuori, ma soprattutto dentro loro stessi.

Per non dimenticare, noi adulti, i meravigliosi versi di Prevert in cui “i ragazzi che si amano” e che “si baciano in piedi” “contro le porte della notte” stimolano la rabbia dei passanti che “li segnano a dito”, il disprezzo, le risa, l’invidia.

Per non essere noi, mai più, quei passanti.

 

Dalla dott.ssa Jessica Alberti

C’è urgenza di ricreare spazi di Condivisione e Relazione con i nostri giovani adolescenti e noi adulti per primi abbiamo il compito di sostenerli e favorire questo processo di continua Connessione emotiva ed umana. Ed è anche importante sostenere i genitori in questo processo affinchè possano sentirsi sempre più competenti nell’essere vicini emotivamente ai propri figli, perchè troppo spesso percepiscono un vissuto di incapacità mentre possiamo aiutarli a riscrivere e ridefinire ciò che accade negli spazi di comunicazione con i propri figli.

 

Dal dott. Giuseppe Scuderi

Lavorare insieme agli e alle adolescenti significa lavorare (anche) insieme ai loro genitori che, proprio a fronte delle imperanti e invadenti tecnologie, sono un’enorme risorsa per il benessere psicologico dei propri figli.

 

Dalla dott.ssa Barbara Bellini

Il disagio che ora possiamo osservare negli e nelle adolescenti erano già presenti da diverso tempo e, aggiungerei, tale disagio non riguarda solo gli adolescenti, ma anche gli adulti, per non dire tutta la società. Prima i social e poi la pandemia hanno pian piano chiuso sempre di più la possibilità di avere delle relazioni dirette, faccia a faccia, corpo a corpo. La comunicazione è cambiata velocemente, ma il nostro essere esseri umani no. Abbiamo ancora bisogno di contatto, di sguardi, di ascoltare le nostre voci, di discutere per trovare nuove vie di comprensione e di accettazione degli altri, ma soprattutto di noi stessi. Iniziare a coinvolgere gli e le adolescenti credo sia un ottimo punto di partenza per arrivare anche agli adulti, a partire dai loro genitori che, come dice Jessica, devono far parte del percorso di crescita dei loro figli e magari, aggiungo, cogliere l’occasione per capire cosa serve anche a loro (ovvero a noi). C’è tanto da dare agli e alle adolescenti, almeno quanto noi possiamo ricevere da loro.

 

Dal dott. Giuseppe Scuderi

Il malessere e il disagio delle nuove generazioni costringono noi adulti non solo a farcene carico e a prendercene la responsabilità, ma anche a guardarci dentro per trovare le radici di quel disagio. E’ proprio così, c’è qualcosa di profondamente insano nella società dell’ultimo decennio (e forse si può risalire ancora più indietro) e gli e le adolescenti sono solo il sintomo di qualcosa di più profondo, la punta del famoso iceberg tanto caro a Freud!

 

Dalla dott.ssa Elisa Rega

È necessario offrire uno spazio ai nostri adolescenti, ai nostri giovani perché possano avere la possibilità di incontrare se stessi e gli altri all’interno di una realtà vera, fatta di carne, di odori, di sapori, di sguardi rubati, di contatti e di scambi.

Hanno il diritto e la necessità di uscire dalla bolla virtuale che li avvolge, più che mai ampliata e rafforzata in questi ultimi due anni.

Siamo esseri umani, e come tali nasciamo e cresciamo all’interno delle relazioni, del contatto fisico e dello scambio diretto. A maggior ragione, durante il periodo adolescenziale si ha la necessità di sperimentare l’appartenenza ad un gruppo altro, diverso da quello familiare. Si ha la necessità di confrontarsi e di sperimentarsi per capire chi si è e chi si vuole essere, soprattutto all’interno di un contesto sociale, fatto di mille diversità che aspettano solo di essere ulteriormente arricchite dalle nuove generazioni.